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Imponenti pinnacoli di arenaria che si ergono tra le colline appenniniche nei pressi di Guiglia, zona di nidificazione del falco pellegrino e paesaggio geologico di rara suggestione.
Nel cuore dell'Appennino modenese, tra Guiglia, Marano sul Panaro e Zocca, il paesaggio collinare subisce una frattura improvvisa. Dal profilo morbido delle colline emergono due torrioni di arenaria — i Sassi di Roccamalatina e di Sant'Andrea — che si alzano per oltre settanta metri con pareti quasi verticali. Non si tratta di una formazione graduale, di un rilievo che cresce con il terreno: la roccia sale secca, senza mediazione, come se il suolo avesse ceduto intorno lasciando in piedi soltanto ciò che resisteva. Il contrasto con le curve dolci del paesaggio circostante è la prima cosa che si registra, e resta.
Il Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina, istituito per tutelare questo territorio, si estende su oltre duemila ettari e abbraccia una porzione significativa del comune di Guiglia — circa un quarto della sua superficie totale. La geologia che ha prodotto questi monoliti è quella tipica dell'Appennino settentrionale: strati di arenaria depositati in ambiente marino e poi sollevati, erosi nel tempo fino a lasciare le strutture più compatte. I torrioni sono ciò che rimane dopo millenni di modellamento, testimoni di una stratigrafia che si legge ancora sulle pareti esposte.
La verticalità delle rocce ha sempre attratto chi cercava posizioni difendibili. Secondo alcune ricostruzioni storiche, i Sassi ospitarono insediamenti fortificati già in epoca bizantina, e nei secoli successivi continuarono a segnare il territorio come riferimenti visivi e strategici. Intorno a loro si è strutturato un paesaggio umano che ancora oggi conserva tracce leggibili: la Pieve di Trebbio, fondata probabilmente tra l'XI e il XII secolo, i borghi medievali di Castellino delle Formiche e Castellaro, esempi di architettura rurale che punteggiano le pendici del parco.
Oggi quelle stesse pareti sono abitate da specie che richiedono ambienti rupestri stabili e poco disturbati. Il falco pellegrino nidifica sui Sassi con continuità documentata, e il picchio muraiolo — uccello raro nell'Appennino emiliano — vi trascorre i mesi invernali. Il gheppio frequenta anch'esso le fessure della roccia. La fauna ornitica del sito è dunque legata direttamente alla morfologia: senza quei settanta metri di parete, non ci sarebbe la nicchia ecologica, e senza la nicchia non ci sarebbero i rapaci. La forma del luogo determina chi lo abita.
Il fiume Panaro scorre nelle vicinanze, orientato verso Modena, e contribuisce a definire il sistema idrografico entro cui il parco si inserisce. La città capoluogo dista circa trentaquattro chilometri, una distanza sufficiente a mantenere il sito fuori dai circuiti più frequentati, pur restando accessibile. È questa posizione intermedia — né remota né integrata nel turismo di massa — a preservare una certa qualità del silenzio che si trova camminando tra le colline e alzando lo sguardo verso le guglie.
Patafisik · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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