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A Matelica esiste la curiosa tradizione di girare sette volte attorno alla fontana cinquecentesca ottagonale della piazza principale per ricevere dalla Pro Loco l'attestato di 'Patente da mattu', un rito goliardico che ha reso la città nota come 'la città dei matti'.
Matelica è un borgo del maceratese che si distende nella valle del Esino, tra i rilievi dell'Appennino umbro-marchigiano. Al centro della sua vita civica si apre Piazza Enrico Mattei — intitolata al fondatore dell'Eni, che qui nacque nel 1906 — una piazza ampia, porticata su un lato, dominata da una fontana in pietra bianca a pianta ottagonale. La fontana fu realizzata nel Cinquecento da Lattanzio Ventura di Urbino, lo stesso architetto a cui si deve la Santa Casa di Loreto. Le quattro statue che versano acqua nella vasca sono orientate secondo i punti cardinali e i cittadini le hanno battezzate con nomi propri: La Sirena a nord, Maccagnano a est, Biutino a sud, La Veloce a ovest.
Attorno a questa fontana si svolge un rito che ha radici precise nella storia amministrativa della città. Una legge degli Ottoni — la famiglia che governò Matelica nel Medioevo — stabiliva che chiunque fosse andato in fallimento dovesse compiere dodici giri intorno alla fontana gridando a voce alta: «Io ho ceduto alli miei beni et per questo nisiuno mai più me creda». Era una forma pubblica di dichiarazione d'insolvenza, una procedura che mescolava la sanzione civile con l'esposizione al giudizio della comunità. Il numero dei giri, nel tempo, si è ridotto a sette, e la formula è caduta. Quello che rimane è il gesto: girare attorno alla fontana sotto la supervisione di un addetto dell'Associazione Pro Matelica, al termine del quale viene rilasciata la «Patente da mattu».
Il documento — un attestato ufficioso ma formalmente consegnato — certifica che il portatore ha compiuto il rito e appartiene, almeno simbolicamente, alla categoria dei matti di Matelica. Il soprannome è antico quanto la città stessa: si attribuisce a Papa Sisto V, originario delle Marche, la sentenza «Se a Matelica chiudessero le porte, sarebbe un manicomio». La frase, che nella tradizione orale ha assunto i contorni di una citazione storica, condensa un'ironia che la città ha scelto di non scrollarsi di dosso, trasformandola invece in identità.
Ciò che distingue questa tradizione da molte altre pratiche folcloristiche italiane è la sua struttura autoironica: non celebra un'impresa, una vittoria o un santo, ma la follia — intesa come leggerezza, come disponibilità a fare qualcosa di inutile e circolare, letteralmente. La piazza rimane il teatro di questa piccola cerimonia laica, con il loggiato che fa da quinta e la fontana cinquecentesca al centro, indifferente ai giri che le si fanno attorno da cinque secoli.
Helvio ricina · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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