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Fondato nell'XI secolo nei pressi di Serra Sant'Abbondio, l'eremo camaldolese di Fonte Avellana è uno dei luoghi monastici più antichi e meglio conservati delle Marche. Frequentato da Dante Alighieri, custodisce uno scriptorium e una biblioteca di grande valore storico.
Alle pendici del Monte Catria, a 700 metri di quota, nel territorio del comune di Serra Sant'Abbondio in provincia di Pesaro e Urbino, sorge un complesso monastico che porta con sé quasi undici secoli di storia ininterrotta. Le origini di Fonte Avellana risalgono intorno al 980, quando alcuni eremiti scelsero queste pendici boscose per costruire le prime celle di ritiro. La spiritualità che ne orientò lo sviluppo fu quella di San Romualdo di Ravenna, fondatore della congregazione benedettina camaldolese, che operò in quegli anni nelle zone immediatamente circostanti — Sitria, il Monte Petrano, San Vincenzo al Furlo — lasciando un'impronta che avrebbe definito il carattere dell'eremo per i secoli a venire.
Il momento di maggiore incidenza nella storia del monachesimo occidentale coincide con il priorato di San Pier Damiani, che guidò la comunità nell'XI secolo e fece di Fonte Avellana uno dei centri propulsivi della riforma monastica medievale. Sotto la sua direzione l'eremo non era soltanto un luogo di preghiera e penitenza, ma un punto di riferimento intellettuale e spirituale capace di dialogare con le grandi questioni della Chiesa del suo tempo. Quella stagione lasciò tracce architettoniche e culturali che il complesso conserva ancora oggi in forma leggibile: la chiesa in stile romanico-gotico del XII secolo, la cripta, il capitolo, il chiostro, il refettorio e lo scriptorium, ambienti che nel loro insieme restituiscono la struttura funzionale di una comunità monastica medievale.
Lo scriptorium merita una considerazione a parte. La sala fu progettata come una meridiana, in modo che la luce naturale scandisse le ore del lavoro quotidiano dei monaci amanuensi, impegnati nella trascrizione su pergamena di testi classici greci e latini e nella realizzazione di codici miniati. Quella funzione — copiare, conservare, trasmettere — era al tempo stesso lavoro manuale e atto spirituale, secondo la Regola di San Benedetto. I manoscritti prodotti e raccolti nel corso dei secoli costituiscono ancora oggi il nucleo di una biblioteca di valore storico documentario non comune.
La presenza di Dante Alighieri a Fonte Avellana nel 1311 appartiene alla tradizione consolidata, ed è il poeta stesso a fissarne la memoria nel ventunesimo canto del Paradiso. Qui Pier Damiani, apparso nella sfera di Saturno, descrive il luogo della propria vita eremitica con versi precisi nella geografia: «Tra due liti d'Italia surgon sassi / e non molto distanti a la tua patria / tanto che troni assai suonan più bassi / e fanno un gibbo che si chiama Catria / di sotto al quale è consecrato un ermo / che suole esser disposto a sola latria». Il Catria, il gibbo, l'ermo: Dante non allude, nomina. Quella citazione ha attraversato i secoli insieme all'eremo, conferendogli una dimensione letteraria che si sovrappone a quella religiosa senza cancellarla.
La storia di Fonte Avellana conobbe anche interruzioni forzate: le soppressioni napoleoniche del 1810 e quelle seguite all'Unificazione del Regno d'Italia nel 1866 allontanarono i monaci camaldolesi, che tornarono successivamente a gestire il complesso. Nel marzo del 1982 Giovanni Paolo II elevò la chiesa abbaziale alla dignità di basilica minore. Il monastero è oggi visitabile e ospita ancora una comunità monastica attiva, condizione che mantiene viva la continuità tra la funzione originaria del luogo e la sua fruizione contemporanea.
Giacomo Alessandroni · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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