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Le chiese scavate nella roccia della Murgia Materana conservano affreschi medievali poco noti al grande pubblico, testimonianza di una spiritualità rupestre che ha plasmato il paesaggio lucano. Sono il contraltare silenzioso e selvaggio rispetto ai più celebri Sassi.
La Murgia Materana è un altopiano calcareo che si distende oltre il canyon del Gravina, separato dalla città da un vuoto di roccia e aria. Qui, nelle pareti della gravina e negli anfratti dell'altopiano, decine di chiese scavate nella pietra custodiscono affreschi medievali che pochi conoscono e che il tempo ha trattato con diseguale generosità. Non sono architetture aggiunte al paesaggio: sono il paesaggio stesso, sottratto per asportazione, modellato dall'interno verso l'esterno da comunità monastiche che scelsero la roccia come materia prima tanto del rifugio quanto della preghiera.
La presenza monastica di rito greco-bizantino, riconducibile ai monaci basiliani giunti in queste terre tra l'alto Medioevo e il periodo normanno-svevo, ha lasciato una traccia densa e discontinua. La Cripta del Peccato Originale, risalente probabilmente all'VIII o IX secolo, conserva un ciclo di affreschi che gli studiosi hanno attribuito al cosiddetto Pittore dei Fiori di Matera, figura anonima la cui mano si riconosce nella qualità cromatica e nella composizione delle scene veterotestamentarie. La chiesa di Santa Maria de Idris, intagliata nel costone del Sasso Caveoso e collegata internamente alla cripta di San Giovanni in Monterrone, mostra invece stratificazioni pittoriche databili tra il XII e il XVI secolo, segno di una frequentazione prolungata e mutevole nel tempo.
Il Parco della Murgia Materana, istituito nel 1990 e oggi parte del sistema UNESCO che comprende i Sassi, tutela un territorio di circa 8.000 ettari in cui le chiese rupestri convivono con insediamenti preistorici, tratturi, formazioni carsiche e una vegetazione mediterranea che nei mesi secchi assume tonalità quasi minerali. I sentieri che attraversano l'altopiano permettono di raggiungere a piedi molti di questi siti, passando per ponti naturali di roccia e affacci sul canyon dove la profondità del Gravina si misura visivamente con le pareti verticali che lo delimitano.
Ciò che distingue queste chiese dai monumenti più frequentati della città è la condizione in cui si presentano: spesso prive di illuminazione artificiale permanente, con gli affreschi esposti all'umidità e alle variazioni termiche stagionali, in alcuni casi accessibili solo con accompagnamento guidato. Questa fragilità non è un difetto della conservazione ma una misura della loro natura: luoghi concepiti per una liturgia intima, mai pensati per contenere folle. La pietra calcarea che li costituisce assorbe e restituisce la luce in modo diverso a seconda dell'ora, e ciò che si vede al mattino non è esattamente ciò che si vede al tramonto.
Il rapporto tra queste architetture sottratte e il paesaggio circostante è il dato che più resiste alla descrizione. Dall'esterno, molte chiese non si annunciano: un'apertura nella roccia, qualche segno di intonaco, il profilo di un arco appena accennato. È solo dall'interno che la misura dello spazio si rivela, con absidi scavate, colonne lasciate in piedi per non far cedere la volta, nicchie che ospitavano lampade votive. La Murgia non è un museo a cielo aperto nel senso convenzionale del termine: è un territorio in cui il passato non è stato estratto e collocato altrove, ma è rimasto esattamente dove è stato prodotto.
Yvon Fruneau · CC BY-SA 3.0 igo — Wikimedia Commons
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