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Un insieme di venti comuni tra Alessandrino, Biellese, Novarese e Vercellese, uniti per la prima volta sotto un'unica candidatura enologica, che valorizza un patrimonio vinicolo spesso trascurato rispetto a Langhe e Monferrato.
Tra le province di Alessandria, Biella, Novara e Vercelli si estende un territorio vitivinicolo che ha costruito la propria identità lontano dai circuiti più frequentati del Piemonte enologico. Venti comuni, accomunati da suoli vulcanici e morenici, da vigne che salgono lungo le pendici prealpine e da una tradizione di vinificazione che precede di secoli la formalizzazione delle denominazioni moderne, hanno condiviso nel 2024 il titolo di Città Europea del Vino — il riconoscimento assegnato annualmente dall'associazione europea Città del Vino a territori che dimostrano coerenza tra patrimonio vinicolo, paesaggio rurale e progetto culturale.
La candidatura ha riunito sotto un'unica cornice istituzionale realtà geograficamente distinte ma enologicamente affini. Ghemme, nel Novarese, porta il nome di una delle DOCG più longeve del Piemonte settentrionale, fondata sul Nebbiolo vinificato in purezza — qui chiamato Spanna — con affinamenti che richiedono anni prima che il vino raggiunga equilibrio. Gattinara, nel Vercellese, condivide lo stesso vitigno e la stessa pazienza, su terreni di origine vulcanica che conferiscono ai vini una mineralità riconoscibile. Più a sud, il Gran Monferrato porta in dote le sue denominazioni alessandrine, in un dialogo tra zone che raramente avevano trovato occasione di presentarsi insieme. Il Piemonte conta complessivamente 17 DOCG e 41 DOC, e una quota significativa di questo patrimonio appartiene proprio alle province che compongono questa macroregione.
Il programma del 2024 si è aperto il primo marzo ad Acqui Terme e ha attraversato i venti comuni fino alla cerimonia di chiusura, svoltasi tra il 25 e il 27 ottobre, con il passaggio di testimone alla città designata per l'anno successivo. Nel corso dei mesi, il riconoscimento ha funzionato da catalizzatore per percorsi enogastronomici che collegano cantine, borghi e paesaggi rurali altrimenti frammentati in offerte locali prive di raccordo. La logica della macroregione — insolita per un territorio abituato a ragionare per campanili — ha imposto una narrazione condivisa, che mette in relazione la tavola con la vigna e la vigna con il paesaggio che la contiene.
Ciò che questo riconoscimento ha reso più leggibile è una stratificazione che esisteva già: quella di un'area dove la viticoltura non è mai stata abbandonata, anche nei decenni in cui le Langhe e il Monferrato meridionale monopolizzavano l'attenzione della critica internazionale. I vini dell'Alto Piemonte hanno continuato a essere prodotti, spesso da cantine di dimensioni contenute, con uve raccolte su superfici vitate che la meccanizzazione ha raggiunto solo in parte. Questa continuità silenziosa è oggi uno degli argomenti più solidi che il territorio porta con sé.
Alessandro Vecchi · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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