Vitigno autoctono a bacca bianca di antichissima presenza in Valle d'Itria, le cui origini restano in parte misteriose; è uno dei caratteri enologici più identitari del territorio brindisino.
Nella Valle d'Itria, nel triangolo che unisce le province di Bari, Brindisi e Taranto, cresce da tempo immemorabile un vitigno a bacca bianca la cui storia si perde prima che la viticoltura pugliese avesse trovato una forma documentata. Il Bianco d'Alessano non ha un'origine certa: alla fine dell'Ottocento, quando gli studiosi cominciarono a censirlo e a descriverlo ampelograficamente, era già una presenza consolidata nel paesaggio agrario della zona, radicato in particolare intorno a Martina Franca, nel Tarantino, e nei comuni limitrofi della provincia brindisina.
La sua storia moderna è segnata da una progressiva marginalizzazione. Bassa produttività per ettaro, difficoltà di vinificazione autonoma: questi i motivi per cui, nel corso del Novecento, il Bianco d'Alessano fu gradualmente sostituito dalla Verdeca, vitigno più generoso e funzionale alla produzione di vini base destinati alla preparazione del Vermouth. Nelle campagne di Martina Franca il vitigno arrivò quasi alla scomparsa, ridotto a pochi filari sopravvissuti più per inerzia che per scelta. Oggi il disciplinare della DOC Martina o Martina Franca — riconosciuta con decreto ministeriale del 5 giugno 2014 — lo prevede in uvaggio con la Verdeca, in una proporzione compresa tra il 35 e il 50 per cento, a testimonianza di un recupero che ha radici ampelografiche prima ancora che commerciali.
Insieme all'Impigno, altro vitigno a bacca bianca la cui origine è tradizionalmente attribuita proprio al territorio di Martina Franca, il Bianco d'Alessano costituisce il nucleo più antico del patrimonio enologico della Valle d'Itria. I due vitigni condividono una diffusione concentrata soprattutto nella provincia di Brindisi e una scarsa visibilità fuori dalla regione: vini di nicchia, poco circolanti nei mercati nazionali, che raccontano una genealogia viticola rimasta ai margini delle grandi narrazioni enologiche italiane.
La zona di produzione della DOC abbraccia comuni di tre province diverse — Alberobello e parte di Castellana Grotte nel Barese, Ceglie Messapica e Ostuni nel Brindisino, Crispiano e Martina Franca nel Tarantino — disegnando una mappa che corrisponde grosso modo ai confini storici della Valle d'Itria e del suo altopiano carsico. È un territorio dove la viticoltura si intreccia con la coltura dell'olivo e con un paesaggio costruito nei secoli attorno ai trulli e alle masserie, e dove la memoria agricola ha conservato, spesso senza enfasi, varietà che altrove sarebbero state cancellate dalla razionalizzazione produttiva.
Il Bianco d'Alessano non è mai diventato un simbolo di riscatto enologico nel senso in cui lo sono stati altri vitigni autoctoni italiani riscoperti negli ultimi decenni. Resta un elemento del quadro, necessario alla comprensione di un territorio ma non ancora al centro di una narrazione autonoma. La sua permanenza nei disciplinari e nei vigneti della Valle d'Itria dice qualcosa sulla tenacia con cui certi luoghi trattengono la propria identità vegetale, anche quando il mercato spinge altrove.
Benjamin Smith · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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