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Il fiume Tirino, tra i più limpidi d'Abruzzo, offre percorsi in canoa e sentieri a piedi nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso, con la possibilità di esplorare i mulini sommersi del lago di Capodacqua.
La Valle del Tirino si apre tra le province di Pescara e L'Aquila come uno dei corridoi naturali meno frequentati dell'intero sistema del Gran Sasso e Monti della Laga. Il fiume che la percorre nasce da sorgenti di origine carsica e mantiene lungo tutto il suo corso una trasparenza che raramente si incontra nelle acque interne italiane: il fondale è visibile con precisione anche a profondità considerevole, e la temperatura rimane costante in ogni stagione, segno diretto dell'alimentazione sotterranea. Per anni questo territorio è stato attraversato senza essere osservato, strada di transito tra il capoluogo abruzzese e i centri interni, finché la diffusione delle immagini del fiume — con quella luce che filtra obliqua tra la vegetazione ripariale e si rifrange sul letto ghiaioso — ha cominciato a restituirgli una presenza nella coscienza collettiva.
La discesa in canoa o kayak lungo le sorgenti del Tirino costituisce oggi il modo più diretto per leggere la morfologia della valle. La corrente è moderata, il percorso accessibile anche a chi non ha esperienza specifica, ma la qualità dell'ambiente circostante impone una lentezza che trasforma il gesto sportivo in qualcosa di più contemplativo. Lungo le rive crescono salici, ontani e canneti che ospitano una fauna acquatica densa: aironi cenerini, martin pescatori, e nelle acque stesse trote fario che si muovono visibili a occhio nudo. Il paesaggio non è mai spettacolare nel senso verticale della montagna, ma orizzontale e continuo, con variazioni sottili di luce e vegetazione che si succedono curva dopo curva.
Il lago di Capodacqua, alimentato direttamente dalle sorgenti del Tirino, custodisce sotto la superficie i resti di antichi mulini idraulici, strutture sommerse che i subacquei possono esplorare in immersione. La presenza di queste architetture produttive — testimonianza di un uso secolare dell'energia idrica in questa parte dell'Appennino — aggiunge alla valle una stratificazione storica che il solo paesaggio naturale non restituirebbe. Capestrano, il borgo che domina la valle dall'alto, è noto soprattutto per il Guerriero di Capestrano, statua funeraria picena del VI secolo a.C. rinvenuta nel 1934 e conservata al Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Chieti: uno dei reperti più significativi della civiltà italica preromana, con la sua forma geometrica e la scritta in lingua safina che corre lungo il bordo.
Chi percorre la valle a piedi, sui sentieri segnalati che seguono le sponde o risalgono i versanti, trova una continuità di paesaggio che la canoa non consente: i mulini a secco, le tracce dell'irrigazione tradizionale, i filari di pioppi che segnano i confini dei campi. L'area è inclusa nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, il che garantisce una tutela formale dell'ecosistema ripariale, ma la vera protezione della valle è stata fino a oggi la sua stessa marginalità geografica, quella condizione di luogo che si attraversa senza fermarsi e che per questo ha conservato intatta la propria misura.
Verdenex84 · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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