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Castel del Monte è il cuore storico della transumanza abruzzese: da qui partivano i tratturi, antiche vie erbose che collegavano Abruzzo, Molise e Puglia e lungo cui si sviluppava un intero sistema di scambi culturali e commerciali.
Castel del Monte sorge a 1346 metri sul versante meridionale del Gran Sasso, nel cuore del Parco Nazionale omonimo, in provincia dell'Aquila. Il borgo è costruito in pietra calcarea grigia, con vicoli stretti che salgono verso una chiesa e un castello medievale, e guarda verso gli altopiani delle Rocche — un paesaggio aperto, ventoso, che non concede ornamenti inutili. È proprio questa austerità geografica ad aver determinato per secoli la vocazione del luogo: non la coltivazione, ma la pastorizia, e con essa la transumanza.
I tratturi che partivano da quest'area erano tracciati erbosi di larghezza codificata — 111 metri secondo la misura napoletana del "miglio regio" — lungo i quali le greggi si spostavano due volte l'anno tra i pascoli estivi dell'Appennino e quelli invernali del Tavoliere delle Puglie. Il tratturo principale che interessava questo territorio era il Tratturo Magno, detto anche L'Aquila–Foggia, uno dei più lunghi dell'intera rete tratturale italiana, con i suoi circa 244 chilometri. Non si trattava di semplici sentieri: erano infrastrutture riconosciute dallo Stato borbonico, soggette a normativa, presidiate da dogane e percorse da decine di migliaia di capi ogni stagione.
Lungo questi corridoi si muovevano non solo animali e pastori, ma merci, monete, parole. I dialetti si contaminavano, le ricette si scambiavano, i culti si ibridavano. La figura del pastore transumante di Castel del Monte non era quella di un nomade marginale: era spesso proprietario di greggi numerose, in rapporto diretto con i mercanti pugliesi e con le istituzioni del Regno. L'economia della lana e del formaggio pecorino — in particolare il canestrato, lavorato ancora oggi in quest'area — aveva una rilevanza che si misurava su scala interregionale.
Nel 2019 la transumanza mediterranea, con il contributo determinante delle comunità dell'Appennino centrale tra cui quella di Castel del Monte, è stata iscritta nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'UNESCO, in una candidatura condivisa tra Italia, Grecia e Austria. Il riconoscimento ha sancito formalmente ciò che la memoria locale custodiva già: che il cammino stagionale delle greggi era un sistema di conoscenze, pratiche e relazioni sociali trasmesso oralmente di generazione in generazione, non riducibile alla sola dimensione economica.
Oggi i tratturi sono in parte scomparsi sotto arature e infrastrutture, in parte sopravvivono come tracce nel paesaggio — linee di erba più alta, lievi avvallamenti nel terreno, toponimi che resistono nelle mappe catastali. Attorno a Castel del Monte alcune di queste vie sono ancora percorribili a piedi, e il borgo conserva nella sua architettura domestica i segni di una ricchezza costruita sulla lana: portali in pietra lavorata, abitazioni più ampie del necessario per un villaggio di montagna, chiese con arredi che raccontano committenze non povere. La transumanza ha smesso di essere pratica economica dominante nel corso del Novecento, ma il paesaggio che ha generato — fisico e immateriale insieme — rimane leggibile per chi sa dove posare lo sguardo.
Guido Castelli · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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