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Ferrara custodisce una tradizione di liuteria artigianale che si inserisce nel più ampio patrimonio di antichi mestieri della Romagna, legata alla costruzione e restauro di strumenti a corda.
Ferrara è una città che ha saputo custodire, nei secoli, un rapporto stretto tra la vita delle corti e la produzione artigianale che le serviva. La musica era parte integrante della vita estense — basti pensare al mecenatismo degli Este nel Quattro e Cinquecento — e la costruzione di strumenti a corda non era un'attività marginale, ma un mestiere che rispondeva a una domanda reale e colta. In questo contesto nacque e si consolidò una tradizione di liuteria che, pur non avendo mai raggiunto la visibilità internazionale di Cremona, ha prodotto figure di artigiani di rilievo e lasciato tracce documentate nella storia della musica italiana.
Tra i nomi che questa tradizione ha espresso nel Novecento, la famiglia Pareschi occupa un posto preciso. Gaetano Pareschi (1900–1987) costruì il suo primo strumento a quattordici anni — una chitarra e un mandolino — e dopo un periodo in cui esercitò anche come violinista, scelse di dedicarsi interamente alla liuteria. Per farlo, frequentò a Ferrara la bottega di Ettore Soffritti, liutaio ferrarese che rappresentava già allora un punto di riferimento locale per la trasmissione delle tecniche di lavorazione. Suo nipote Gabriele Pareschi (1924–1996) continuò lungo la stessa strada. La storia di questa famiglia è stata ricostruita da Matteo Marsili, giovane liutaio di Casalmaggiore, nel volume *Pareschi. Una famiglia di liutai ferraresi nella liuteria del '900*, edito da Delmiglio e presentato al Ridotto del Teatro di Ferrara, con la collaborazione di Antonella Pareschi, nipote dei due artigiani.
Ciò che emerge da questa vicenda è il meccanismo attraverso cui un sapere tecnico si trasmette: non attraverso scuole formali, ma per prossimità fisica, per osservazione diretta, per anni trascorsi in bottega accanto a chi già sa. La bottega di Soffritti funzionò come nodo di una rete informale di apprendimento, e i Pareschi ne furono un esito documentato. Questo modello di trasmissione — fragile per definizione, dipendente dalla continuità biografica di poche persone — è lo stesso che ha caratterizzato la liuteria italiana in molti centri minori, dove la sopravvivenza del mestiere era legata alla volontà di singoli individui di portarlo avanti.
Oggi la liuteria ferrarese non costituisce un distretto produttivo nel senso industriale del termine, né una scuola riconosciuta a livello istituzionale come quella cremonese. Rimane piuttosto una presenza discreta, radicata nella memoria artigianale della città e in una manciata di botteghe che continuano a lavorare il legno secondo metodi tradizionali. Il fatto che un libro sia stato necessario per riportare alla luce la storia dei Pareschi dice qualcosa sulla condizione di questi saperi: esistono, hanno esistito con intensità, ma rischiano di dissolversi nell'assenza di documentazione. Ferrara, città che ha saputo valorizzare il proprio patrimonio rinascimentale fino al riconoscimento UNESCO nel 1995, porta con sé anche questo strato meno visibile — quello delle mani che lavorano il legno, lo curvano, lo accordano al suono.
Ввласенко · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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