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A Campana, l'antica Kalasarna, sopravvive una tradizione femminile di intreccio delle spighe di grano per la realizzazione di cesti e manufatti in paglia, espressione di un artigianato rurale di antichissima origine.
Campana sorge nell'entroterra cosentino, nel territorio che un tempo portava il nome greco di Kalasarna, a ridosso della Sila Greca, dove i cicli agricoli hanno scandito per secoli la vita delle comunità rurali. È in questo contesto che si è conservata, con una tenacia silenziosa, la pratica femminile dell'intreccio delle spighe di grano: una lavorazione che trasforma il prodotto del campo in oggetto d'uso quotidiano — cesti, panieri, cofini, fiscelle — attraverso un gesto antico quanto la coltivazione stessa del cereale.
La tecnica si fonda sulla raccolta delle spighe mature, selezionate e lasciate essiccare prima di essere ammorbidite e piegate secondo sequenze di intreccio tramandate oralmente e per imitazione diretta. Sono le donne del borgo a custodire questo sapere, passato di mano in mano attraverso le generazioni senza mai essere codificato in forma scritta. Le forme prodotte non rispondono soltanto a una logica funzionale: nei manufatti si leggono geometrie e motivi che rimandano a un repertorio simbolico di origine contadina, in cui la spiga — segno di abbondanza e di ciclo vitale — mantiene una presenza che va oltre il semplice materiale.
La cesteria in paglia di grano appartiene a una tradizione diffusa in tutta la Calabria settentrionale e nel territorio della Sila Greca, dove accanto alla paglia si lavoravano anche rami di salice, castagno, giunco e palma. Le fonti sull'artigianato locale indicano che questa pratica era ancora capillarmente presente nei borghi fino agli anni Settanta del Novecento, quando il fenomeno migratorio e la progressiva industrializzazione dei beni di consumo ne accelerarono il declino. Campana rappresenta uno dei pochi contesti in cui la tradizione non si è interrotta del tutto, pur riducendosi a un numero ristretto di artigiane.
Ciò che distingue questa lavorazione da una semplice sopravvivenza folklorica è la sua continuità con il ciclo agricolo reale: le spighe non vengono acquistate come materia prima anonima, ma provengono ancora dai campi del territorio, in un rapporto diretto tra la terra, il raccolto e il manufatto. Questa catena corta — dal campo alle mani che intrecciano — è la condizione che ha permesso al sapere di restare vivo, radicato in una pratica concreta piuttosto che in una ricostruzione museale.
La resistenza di questa tradizione a Campana pone una questione più ampia sul destino dei saperi artigianali rurali nell'Italia interna: non si tratta di oggetti da collezione né di produzioni destinate al mercato turistico di massa, ma di forme di conoscenza incorporate nel gesto, che esistono finché esistono le persone capaci di trasmetterle. La paglia intrecciata delle donne di Campana porta con sé, nella sua semplicità materiale, la misura esatta di quanto può sopravvivere quando una comunità sceglie di non smettere.
Andre86 · Public domain — Wikimedia Commons
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