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La pizzica salentina affonda le radici in antichi riti di guarigione legati al morso della taranta, sopravvissuti come pratica coreutica e musicale collettiva nel Salento. Non è una semplice danza, ma un patrimonio etnomusicologico riconosciuto a livello internazionale.
Nel cuore del Salento, a Galatina — comune in provincia di Lecce, nel basso tacco della penisola — si conserva la memoria di uno dei fenomeni rituali più studiati e più difficili da classificare dell'etnografia europea. Il tarantismo non era una superstizione marginale né un episodio folklorico isolato: era un sistema di risposta collettiva al malessere, documentato almeno dal Medioevo e osservato con continuità fino alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, quando le ultime tarantate compivano ancora il loro pellegrinaggio estivo verso la cappella di San Paolo.
Il meccanismo del rito ruotava attorno a un presupposto: il morso della taranta — ragno identificato con la Lycosa tarantula, diffusa nelle campagne salentine — provocava nella vittima una crisi che i contemporanei descrivevano come isterico-convulsiva, con prostrazione, agitazione, incapacità di lavorare. Le tarantate erano quasi sempre donne, quasi sempre contadine, e quasi mai originarie di Galatina stessa: arrivavano dai paesi vicini, da Nardò, Aradeo, Cutrofiano, dai fondi agricoli dove il "morso" avveniva durante la mietitura, nei mesi più caldi. La crisi tendeva a ripresentarsi ogni estate, con puntualità che la medicina del tempo non sapeva spiegare e che gli studiosi del Novecento — a partire dal lavoro fondamentale di Ernesto de Martino, che condusse sul campo le sue ricerche negli anni Cinquanta — hanno riletto come espressione simbolica di una sofferenza sociale altrimenti priva di voce.
La terapia prescritta dalla tradizione era la musica e la danza prolungata. Suonatori di tamburello, violino e organetto accompagnavano la tarantata per ore, modulando ritmo e tonalità finché il corpo non trovava il movimento corrispondente al proprio stato. Ogni taranta aveva, secondo la credenza, il suo colore e la sua melodia: la danza era insieme diagnosi e cura, e il tamburello — strumento a membrana percossa, capace di frequenze che agiscono fisicamente sul sistema nervoso — ne era il cardine. La guarigione definitiva, però, richiedeva un passaggio obbligato: il pellegrinaggio alla cappella di San Paolo a Galatina, nel giorno della festa del santo, il 28 e 29 giugno. Qui la tradizione voleva che le donne bevessero l'acqua del pozzo nel cortile adiacente, e che la rigettassero durante la crisi, come atto di espulsione del male. Il legame con San Paolo derivava da una leggenda locale: l'apostolo, ospitato da un galatinese durante il suo passaggio, avrebbe donato agli abitanti della città il potere di guarire dal veleno degli animali pericolosi.
Ciò che rimane oggi non è un reperto inerte. La pizzica — forma musicale e coreutica che da quel rito ha tratto origine e struttura — è praticata nel Salento come forma viva di identità collettiva. Il festival della Notte della Taranta, che si tiene ogni estate a Melpignano, porta ogni anno centinaia di migliaia di persone ad ascoltare e ballare musica che porta ancora nel ritmo la traccia di quella funzione antica. La cappella di San Paolo a Galatina, piccola e austera, si trova in pieno centro storico, accanto alla Basilica di Santa Caterina d'Alessandria: due edifici che rappresentano, fianco a fianco, il sacro ufficiale e il sacro popolare, senza che tra i due ci sia mai stata una vera separazione.
Lupiae · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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