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Il centro abitato di Gravina sorge sul bordo di un canyon naturale scavato dal torrente omonimo, con pareti rocciose che ospitano grotte e chiese rupestri. Il paesaggio della gravina è il vero protagonista del territorio, indipendente dalla notorietà cinematografica del luogo.
La gravina che dà il nome alla città è un'incisione carsica profonda decine di metri, scavata nel calcare della Murgia dal torrente omonimo nel corso di millenni. Il risultato è un canyon che attraversa il territorio di Gravina in Puglia — comune della città metropolitana di Bari, posto a circa 56 chilometri dal capoluogo e a 30 da Matera — separando il centro storico dalla campagna circostante con un taglio netto, quasi geometrico nella sua verticalità. La pianura murgiana, piatta e aperta, si interrompe senza preavviso: le pareti rocciose scendono ripide verso il fondo del burrone, dove il torrente ha lasciato il segno del proprio lavoro millenario.
Quella discontinuità nel paesaggio non è mai stata soltanto un dato morfologico. I primi insediamenti umani nell'area risalgono al Paleolitico, e già nell'età del ferro esisteva un agglomerato consistente sulla collina di Botromagno, nelle vicinanze dell'attuale abitato. Quando le distruzioni successive — operate da Visigoti e Vandali nel V secolo d.C. — resero insicuri i centri sul pianoro, le popolazioni scesero nel burrone, adattando le grotte naturali a dimore e scavandone di nuove nel tufo. Da quella necessità nacque la cosiddetta civiltà rupestre, che nel fondo e lungo le pareti della gravina lasciò chiese affrescate, ambienti domestici e interi villaggi incisi nella roccia. La continuità insediativa che ne derivò si estende, senza interruzioni significative, dalla preistoria all'età medievale.
Percorrere oggi i sentieri che scendono lungo le pareti del canyon significa attraversare quella stratificazione in modo diretto. Le chiese rupestri — tra cui la chiesa del Padre Eterno, nota anche come *Deesis*, ricavata nella parete rocciosa — conservano tracce di affreschi e di una devozione che si adattò alla pietra prima ancora che alla pietra lavorata. Il fondo del canyon, raggiungibile a piedi, offre una prospettiva rovesciata rispetto a quella del centro storico: da lì si guarda verso l'alto, verso i bordi del burrone su cui si addensa l'abitato, e la distanza tra i due livelli — quello della vita urbana e quello della roccia viva — diventa misurabile con gli occhi.
Il paesaggio della gravina funziona per contrasti. In superficie, la Murgia Alta si distende in una geometria sobria di seminativi e pascoli; poi il terreno cede, e il vuoto del canyon occupa lo spazio con una presenza fisica che non ammette mediazioni. Quella frattura nel suolo ha condizionato la forma della città, la direzione delle sue strade, la posizione dei suoi ponti — il più noto dei quali, il Ponte Acquedotto, collega i due lati del burrone con un'arcata che sfiora i 37 metri di altezza. Il rapporto tra l'abitato e la gola non è mai stato di semplice prossimità: è stato, nei secoli, una forma di dipendenza reciproca.
Berthold Werner · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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