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Sorgenti naturali lungo il corso del fiume Clitunno, in un paesaggio di acque limpide, pioppi e salici che ha ispirato poeti e viaggiatori fin dall'antichità. Un luogo di quiete autentica nel cuore dell'Umbria.
Lungo la via Flaminia, poco a nord di Spoleto, il Clitunno affiora dalla terra con una discrezione che contrasta con la fama accumulata nei secoli. Le sorgenti carsiche sgorgano in più punti, alimentando un piccolo specchio d'acqua dai fondali chiari, dove la luce filtra e si scompone prima di raggiungere il letto ghiaioso. Il fiume che ne nasce è affluente del Topino, e da lì confluisce nel Tevere: un percorso modesto nella geografia, ma denso nella memoria collettiva dell'Italia antica.
Virgilio ne scrisse nelle Georgiche, Plinio il Vecchio ne descrisse le acque con ammirazione nelle sue lettere, e secoli dopo Byron vi si fermò durante il suo viaggio in Italia, dedicando alle Fonti alcune terzine del Childe Harold's Pilgrimage. Questa continuità di attenzione letteraria non è casuale: il luogo possiede una qualità di sospensione, data dalla combinazione di acqua ferma, vegetazione fitta e silenzio interrotto solo dal movimento delle correnti. Pioppi bianchi e salici piangenti bordano le rive, i loro riflessi sovrapposti a quelli del cielo in una superficie che cambia aspetto con ogni ora del giorno.
Nell'antichità le acque del Clitunno erano considerate sacre e dotate di proprietà purificatrici. I buoi bianchi che vi si abbeveravano erano destinati ai sacrifici nei templi di Roma, e la loro candezza era attribuita, secondo la tradizione, alla qualità stessa dell'acqua. Lungo le rive sorgevano templi e portici, dei quali non rimane traccia diretta, ma la cui esistenza è documentata nelle fonti latine.
A poche centinaia di metri dalle sorgenti si trova il Tempietto del Clitunno, un edificio di dimensioni contenute che la storiografia ha a lungo dibattuto: per secoli ritenuto un tempio romano, è oggi classificato come edificio paleocristiano, databile tra il V e il VII secolo d.C. Nel 2011 l'UNESCO lo ha incluso nella lista del Patrimonio dell'Umanità, nell'ambito del sito seriale dei Longobardi in Italia, riconoscendo la stratificazione culturale che il territorio esprime. La facciata con colonne corinzie e il timpano triangolare riprendono il lessico architettonico classico, adattandolo a una funzione cristiana: un passaggio di forme che riassume visivamente la transizione tra due epoche.
Il parco che oggi circonda le Fonti consente di percorrere le rive a piedi, seguendo il profilo dell'acqua tra ponticelli e vegetazione. La lentezza è la misura giusta per questo luogo: non offre spettacolo, ma una presenza continua e silenziosa, quella di acque che scorrono con la stessa regolarità da millenni, indifferenti alla storia che vi si è depositata intorno.
Einaz80 · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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