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La basilica di Galatina custodisce un ciclo di affreschi del primo Quattrocento tra i più estesi e meglio conservati dell'Italia meridionale, spesso ignorato dai circuiti turistici principali.
Galatina sorge nel cuore del Salento, a una ventina di chilometri da Lecce, e la sua piazza Orsini custodisce uno degli edifici religiosi più densi di storia pittorica dell'intero Mezzogiorno. La Basilica di Santa Caterina d'Alessandria fu voluta da Raimondello Orsini del Balzo, signore di Taranto, che ne avviò la costruzione nel 1383. Già nel 1391 — data incisa sull'architrave della porta laterale — la fabbrica poteva dirsi compiuta nelle sue strutture portanti. Nel 1992 Giovanni Paolo II le conferì il titolo di Basilica Minore Pontificia, riconoscimento che ne sancisce il rango liturgico senza tuttavia aggiungere molto a ciò che le pareti interne già dichiarano da soli da sei secoli.
L'architettura è una sintesi rara: il romanico pugliese e il gotico si affiancano senza mai dissolversi l'uno nell'altro, producendo una tensione formale che si legge tanto nelle arcate quanto nei portali. Ma è l'interno a costituire il fatto straordinario. Le pareti, le volte e le superfici absidali sono coperte da un ciclo di affreschi che si estende per oltre mille metri quadrati, realizzato in più fasi tra il 1391 e il 1435 da maestranze di formazione gotico-internazionale, probabilmente di area campano-napoletana con influenze adriatiche. Il programma iconografico abbraccia le scene dell'Apocalisse, la vita e la Passione di Cristo, episodi dell'Antico Testamento e le storie dei santi titolari. La narrazione dell'Apocalisse, in particolare, occupa la controfacciata e parte delle navate con una sequenza di immagini che non ha confronti di scala nell'Italia meridionale del primo Quattrocento.
La conservazione del ciclo è, nel complesso, notevole. Alcune campiture hanno subito perdite di pellicola pittorica nel corso dei secoli, ma la leggibilità dell'insieme rimane alta, e i colori — ocre, azzurri, terre rosse — mantengono una presenza che i restauri condotti nel Novecento hanno contribuito a stabilizzare senza alterare. Osservando le scene da vicino si distinguono mani diverse, con qualità diseguale: alcune figure rivelano una padronanza del volume e dell'espressione che rimanda direttamente alla cultura figurativa napoletana di area angioina, mentre altre mostrano un fare più corsivo, probabilmente di bottega locale.
Galatina porta con sé anche un'altra stratificazione, distinta ma non separabile dal contesto della basilica. La città era uno dei centri rituali del tarantismo, la pratica coreutico-musicale attraverso cui chi si credeva morso dalla tarantola cercava guarigione in un rito collettivo di danza e musica. La cappella di San Paolo all'interno della basilica era il luogo in cui i tarantati si recavano il 29 giugno, festa dei santi Pietro e Paolo, per compiere il rito. Ernesto de Martino documentò questa tradizione nei suoi studi sul campo negli anni Cinquanta del Novecento, fissandone la memoria etnografica in un momento in cui la pratica stava già declinando. Quella cappella, oggi silenziosa, porta ancora il segno di quella sovrapposizione tra devozione cristiana e rito arcaico che ha reso Galatina un caso di studio per l'antropologia religiosa europea.
Il ciclo di Santa Caterina rimane poco frequentato rispetto alla sua rilevanza storica. Non compare nei percorsi canonici del turismo pugliese con la stessa regolarità con cui vi figurano i trulli di Alberobello o il barocco leccese, eppure rappresenta una delle testimonianze più complete della pittura gotica nell'Italia del Sud. Chi entra nella basilica si trova di fronte a un programma visivo pensato per durare — e che, contro ogni probabilità, ha mantenuto la promessa.
Fabrizio Garrisi · CC0 — Wikimedia Commons
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