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Due borghi dell'entroterra calabrese dove usi, costumi e saperi locali legati all'artigianato e alla gastronomia tradizionale si sono stratificati attraverso secoli di influenze culturali diverse.
Tiriolo sorge a circa 700 metri sul livello del mare su un contrafforte delimitato dalle valli dei fiumi Corace e Amato, in un punto dell'istmo calabrese così stretto da permettere, nelle giornate limpide, di scorgere contemporaneamente il mar Ionio e il mar Tirreno. Quattromila abitanti circa, provincia di Catanzaro, un territorio che porta ancora in superficie le tracce di ogni civiltà che vi si è fermata: nelle caverne del monte Tiriolo sono stati rinvenuti materiali dell'età della pietra, mentre altri ritrovamenti dell'età del ferro e del bronzo documentano una frequentazione continua del sito prima che i Greci vi si insediassero nel IV secolo a.C. e i Romani vi subentrassero in seguito. La stratificazione non è metafora: è letteralmente nel suolo.
La parola che meglio descrive questi luoghi è quella che viene dal latino *tradere*, trasmettere. Tiriolo è conosciuto come il paese dei *vancàli*, le stole tessute a mano che costituivano l'elemento centrale del costume femminile tradizionale, tra i più riconoscibili dell'intera Calabria. Il *vancale* era un drappo lungo, lavorato al telaio con tecniche tramandate per linea femminile, che avvolgeva la figura della donna in occasioni pubbliche e cerimoniose. Non si trattava di un semplice indumento: era un sistema di segni — nei colori, nei motivi geometrici, nella qualità del filato — che comunicava provenienza, stato civile, appartenenza. Alcune famiglie conservano ancora i telai e la pratica, anche se il numero di chi la esercita si è ridotto nel corso dei decenni.
Rogliano, nel cosentino, condivide con Tiriolo questa posizione di entroterra e questa vocazione alla conservazione di saperi che altrove si sono dissolti nel Novecento. I due borghi appartengono a quella fascia dell'Appennino calabrese dove l'isolamento geografico ha funzionato, paradossalmente, come forma di protezione culturale. Le tradizioni gastronomiche locali — preparazioni legate alla stagionatura, alla lavorazione delle carni suine, all'uso di legumi e cereali antichi — riflettono una cucina di necessità che nel tempo è diventata cucina di identità. La distanza dai circuiti commerciali principali ha rallentato l'omologazione senza fermarla del tutto.
Ciò che accomuna questi due centri è la natura composita della loro eredità. La Calabria è stata greca, romana, bizantina, normanna, aragonese: ogni passaggio ha lasciato qualcosa nella lingua, nel rito, nella forma degli oggetti quotidiani. A Tiriolo questo intreccio si legge nel dialetto locale, in alcune festività religiose che conservano elementi di origine pre-cristiana, nella toponomastica del territorio. Non è nostalgia ciò che muove chi ancora pratica queste tradizioni, ma qualcosa di più pragmatico: la consapevolezza che certi saperi, una volta interrotti, non si ricostruiscono.
Pinodario · Public domain — Wikimedia Commons
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