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Il parco offre una rete di sentieri tra montagne, valli e antichi borghi, particolarmente spettacolare in primavera con la fioritura dei boschi. È uno dei territori protetti più estesi d'Italia, ideale per trekking e escursioni lontano dai circuiti turistici di massa.
Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni si estende per circa centottantamila ettari interamente nella provincia di Salerno, configurandosi come una delle aree protette più vaste della penisola. Istituito nel dicembre del 1991 e dotato di un ente di gestione con sede a Vallo della Lucania a partire dal 1995, il parco ha accumulato nel tempo un profilo di riconoscimenti internazionali che ne misura la complessità: Riserva della Biosfera MAB dell'UNESCO dal 1997, Patrimonio dell'Umanità dal 1998 — per i siti di Paestum, Velia e la Certosa di Padula — e Geoparco della rete europea e mondiale dal 2010. Il logo scelto dall'ente fin dalla fondazione è la Primula di Palinuro, endemismo vegetale che cresce sulle falesie costiere a sud di Palinuro: una scelta che dice qualcosa sulla vocazione del territorio, fatto di specie rare e di margini difficili da classificare.
La rete sentieristica attraversa paesaggi che cambiano registro nel giro di pochi chilometri. Il massiccio degli Alburni, con la sua struttura calcarea e le grandi superfici boscose, ospita un sistema carsico sotterraneo di notevole estensione e offre tracciati che richiedono passo sostenuto e orientamento. Verso ovest, la Valle del Sele apre un corridoio più morbido, dove il fiume e le oasi naturalistiche di Senerchia, del Polveracchio e di Serre-Persano definiscono ambienti umidi e fertili, tutelati e percorribili con minore difficoltà. Tra questi due estremi si articola una varietà di fondovalle silenziosi, crinali panoramici e boschi che in primavera si ricoprono di fioriture diffuse, quando la luce filtra tra le chiome ancora giovani e il sottobosco risponde con cicli vegetativi che variano per quota e esposizione.
Lungo i sentieri interni si incontrano borghi che il tempo ha lasciato in parte senza abitanti, insediamenti medievali arroccati su speroni rocciosi o annidati nelle pieghe delle valli, collegati da mulattiere che precedono di secoli qualsiasi cartografia escursionistica moderna. Alcuni di questi percorsi seguono tracciati religiosi storici, diretti verso santuari o cappelle rupestri che conservano una frequentazione legata alla devozione locale più che al turismo. Il monte Bulgheria, nel settore meridionale del parco, rappresenta uno degli assi verticali più marcati, con la possibilità di scendere verso la costa dell'Area Marina Protetta degli Infreschi e della Masseta in un dislivello che condensa in poche ore di cammino la distanza tra l'entroterra appenninico e il mare.
Ciò che distingue questo territorio da altri parchi nazionali italiani non è la singola cima o il singolo sito, ma la densità di strati sovrapposti — geologici, vegetali, storici, antropici — che ogni percorso attraversa senza mai esaurirli. Chi cammina qui si muove su un palinsesto in cui la grotta carsica, il rudere medievale, l'oliveto abbandonato e il bosco di cerri occupano la stessa mappa senza gerarchia prestabilita. La Primula di Palinuro, che cresce su falesie dove pochi si avventurano, è forse l'immagine più precisa di questo parco: un territorio che custodisce le proprie specificità nei punti meno accessibili, e che le rivela solo a chi accetta il ritmo lento del cammino.
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