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Borgo abbandonato dell'entroterra calabrese, esempio di quei luoghi silenziosi e dimenticati che punteggiano l'Aspromonte. La sua condizione di abbandono lo rende un luogo di contemplazione e riflessione sul tempo che passa.
Nell'entroterra aspromontano, lungo le gole scavate dalla fiumara Amendolea, Roghudi Vecchio occupa una posizione che sembra sottratta alla logica degli insediamenti umani ordinari: il borgo sorge a circa 500 metri sul livello del mare, nel letto stesso della grande fiumara, circondato da pareti rocciose che ne hanno definito per secoli tanto la protezione quanto la vulnerabilità. Il toponimo rimanda probabilmente al greco antico *Rochùdios*, che significa dirupo — una radice che dice già tutto sulla natura del luogo e sul carattere di chi vi aveva scelto di vivere.
La storia di Roghudi è inseparabile dall'acqua. Il borgo appartiene all'area della Calabria Grecanica, quella fascia meridionale dell'Aspromonte dove sopravvissero fino al Novecento tracce della lingua greco-calabra, il *grecanico*, discendente dall'antico greco portato dai coloni della Magna Grecia. Nel 1971 la popolazione residente contava circa 1.650 persone. Quell'anno, in due giorni, sulla zona cadde una quantità di pioggia equivalente alla media annuale. L'alluvione isolò il paese, provocò morti e dispersi, rese inagibili numerose abitazioni. Il 16 febbraio 1971 il sindaco Angelo Romeo firmò l'ordinanza di sgombero. La maggior parte degli abitanti si trasferì nell'attuale Roghudi Nuovo, un insediamento costruito su un territorio concesso dal comune di Melito Porto Salvo, privo di continuità storica con il luogo d'origine. Alcuni anziani resistettero per anni, ma ulteriori eventi alluvionali nel corso del decennio resero definitivo l'abbandono.
Ciò che rimane è un paese fermo. Le case in pietra si aprono ancora su vicoli riconoscibili, le soglie conservano la loro forma, qualche muro regge ancora il peso degli anni con una certa ostinazione. La vegetazione avanza senza fretta, occupando cortili e vani, ridisegnando i confini tra costruito e naturale. Il silenzio non è vuoto: è la somma di tutto ciò che non c'è più — le voci, i passi, il fumo dai camini, il suono degli stampi di legno usati dagli intagliatori per formare il formaggio locale, una produzione che ancora oggi sopravvive nella vicina frazione di Chorio, l'unica rimasta abitata nel territorio comunale.
Roghudi Vecchio è oggi raggiungibile a piedi attraverso i sentieri del Parco Nazionale dell'Aspromonte, di cui il territorio fa parte. Il percorso richiede attenzione e una certa familiarità con il terreno aspromontano: la fiumara va attraversata, il tracciato segue curve di livello che cambiano prospettiva a ogni svolta. Chi arriva si trova davanti a un borgo che non è stato restaurato né musealizzato, e questa condizione — per quanto precaria — è anche ciò che lo distingue da molti altri luoghi recuperati e riconsegnati a una funzione. Qui il tempo non è stato interrotto: continua, lentamente, a fare il suo lavoro.
Giuseppe De Marte at Italian Wikipedia · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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