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A Bosa sopravvive la tradizione del merletto a tombolo, lavorato ancora oggi da alcune donne anziane del borgo secondo tecniche tramandate oralmente e a rischio di estinzione. È una delle produzioni artigianali più fragili e preziose della Sardegna costiera.
A Bosa, lungo le sponde del Temo — unico fiume navigabile della Sardegna — sopravvive una pratica che la modernità non ha saputo né assorbire né sostituire. Il merletto a tombolo, lavorato con fuselli di legno su un cuscino cilindrico chiamato appunto tombolo, è una tecnica nata tra il XV e il XVI secolo e diffusa in diverse aree della penisola, da Offida nelle Marche a Cantù, da Isernia a Rapallo. Ciascun centro ha sviluppato nel tempo una propria scuola, un proprio tratto. Bosa ha fatto lo stesso, dentro una tradizione sarda che si è tramandata quasi esclusivamente per via orale, da donna a donna, senza scuole formali né manuali codificati.
Il processo richiede una concentrazione sostenuta e un tempo che non si comprime. I fili, sottilissimi, vengono avvolti sui fuselli e intrecciati sopra il tombolo seguendo un disegno guida fissato con spilli. Ogni incrocio, ogni nodo è il risultato di un gesto preciso, ripetuto fino a diventare memoria muscolare. Non esiste scorciatoia tecnica: la complessità del merletto è proporzionale alla lentezza con cui nasce. Un lavoro di ore produce pochi centimetri di tessuto. Questo rapporto tra tempo e materia è forse ciò che rende la pratica così difficile da trasmettere in un contesto contemporaneo che misura il valore della produzione in termini opposti.
Oggi a Bosa sono rimaste poche artigiane, per lo più anziane, a portare avanti questa lavorazione. Le nuove generazioni si sono orientate altrove, e il ricambio non è avvenuto. La trasmissione orale che per secoli aveva garantito la continuità della tecnica si è interrotta, o si sta interrompendo, senza che istituzioni o iniziative private abbiano ancora trovato un modo efficace per invertire la tendenza. Bosa produce anche tappeti e ceramiche tradizionali, ma il merletto occupa una posizione distinta: è la forma artigianale più esposta alla scomparsa, e per questo quella che misura con maggiore precisione lo stato di salute dell'intera cultura materiale del borgo.
Ciò che rimane — nei pezzi ancora prodotti, nelle mani che ancora li lavorano — è una documentazione vivente di un sapere che non ha equivalenti scritti. Chi entra in possesso di uno di questi lavori non acquisisce soltanto un oggetto tessile: porta con sé una sequenza di decisioni tecniche, di scelte estetiche, di adattamenti locali accumulati nel corso di generazioni. La fragilità di questa tradizione non è un dato folkloristico. È la misura concreta di quanto possa pesare l'assenza di politiche culturali capaci di distinguere tra ciò che merita conservazione attiva e ciò che può essere lasciato al mercato.
Gianni Careddu · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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