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Borgo medievale dell'entroterra imperiese, noto per il castello dei Doria e i vicoli silenziosi che invitano a rallentare il passo lontano dalla costa affollata.
Il nome viene da lontano: il latino *villa dulciaca*, fondo rustico di età romana derivato dal nome personale Dulcius, che nei secoli si è contratto nel dialettale *Dusäiga* e poi disteso nell'italiano Dolceacqua. Il primo documento che cita il borgo risale al 1151, quando i conti di Ventimiglia fecero costruire il primo nucleo del castello sullo sperone roccioso che domina la confluenza del torrente Nervia. Prima ancora, tra il V secolo avanti Cristo e il IV dopo Cristo, le alture circostanti erano presidiate dagli Intemeli con i loro castellari dell'età del Ferro — rozze strutture in pietra a secco ad anelli murari concentrici, disseminate lungo lo spartiacque tra le valli Nervia e Roia. La stratificazione è visibile ancora oggi, se si sa dove guardare.
Il castello passò poi ai Doria, la dinastia genovese che lo tenne per diversi secoli e ne fece il centro di un piccolo dominio feudale nell'entroterra imperiese. Quello che rimane è una struttura imponente, con torri e cortine che si leggono bene dal basso, dal ponte medievale ad arco unico che scavalca il Nervia e che costituisce l'immagine più riconoscibile del borgo. Claude Monet lo dipinse nel gennaio del 1884, durante il suo soggiorno sulla Riviera, e ne rimase abbastanza colpito da tornare a ritrarlo più volte. Il quadro è oggi conservato all'Art Institute di Chicago.
Sotto il castello si distende la *Téra*, il nucleo medievale del borgo: un sistema di *carugi* — i vicoli stretti tipici della Liguria — che si intrecciano in una trama compatta, con volte basse, scalinate in ardesia e qualche bottega. La luce vi entra obliqua, filtrata dai profili delle case. Il ritmo che impone questo spazio è inevitabilmente lento: non per effetto scenografico, ma per conformazione fisica. Non si può camminare in fretta nei carugi della Téra.
Il territorio comunale è coperto per una parte significativa da vigneti coltivati a Rossese, vitigno autoctono da cui si ricava il Rossese di Dolceacqua DOC, uno dei pochi vini rossi della Liguria con una propria denominazione di origine controllata. Le vigne crescono su terrazzamenti ripidi, esposti al sole e ventilati dalla tramontana che scende dalle Alpi Marittime. Il vino che ne risulta è sottile, con una struttura leggera e un profilo aromatico che richiama la macchia mediterranea. La produzione è limitata, la distribuzione fuori dalla zona resta contenuta.
Dolceacqua si trova a una manciata di chilometri dal confine francese e a meno di venti dalla costa, eppure appartiene a un'altra misura del tempo. L'entroterra imperiese ha questa caratteristica: la distanza dal mare si misura anche in decibel e in densità di presenze umane. Il borgo detiene il riconoscimento di Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, assegnato ai piccoli centri dell'interno che soddisfano criteri di qualità ambientale e culturale. È un dato amministrativo, ma dice qualcosa di concreto su ciò che qui è stato preservato — non per nostalgia, ma per continuità.
Scrossblu · CC BY 4.0 — Wikimedia Commons
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