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Piccolo borgo dei Monti Dauni, il meno popoloso della Puglia, custode di una rarissima variante linguistica franco-provenzale introdotta dagli Angioini nel Medioevo. Il contesto culturale e gastronomico riflette un'identità di confine unica nel panorama pugliese.
Nei Monti Dauni, lungo la dorsale appenninica che separa la Puglia dal Molise, esiste un comune che conta poco più di 160 abitanti e porta nel nome stesso la traccia di una storia lontana. Celle San Vito — in franco-provenzale *Celles de Sant Uite* — si trova in provincia di Foggia a un'altitudine che oscilla intorno ai 700 metri, in un paesaggio di boschi e crinali dove l'isolamento non è una condizione recente ma una struttura profonda del territorio. È il comune meno popoloso della Puglia, e questa circostanza demografica non è separabile dalla sua singolarità linguistica e culturale.
La presenza del franco-provenzale in questo angolo di Appennino meridionale risale all'epoca angioina, quando Carlo I d'Angiò, dopo la conquista del Regno di Sicilia nella seconda metà del Duecento, favorì l'insediamento di colonie di origine transalpina in alcune aree strategiche del Mezzogiorno. Celle San Vito e il vicino comune di Faeto, distante pochi chilometri, furono tra i luoghi che accolsero queste popolazioni. La lingua che portarono con sé appartiene al gruppo gallo-romanzo, distinto sia dal francese sia dall'occitano, e storicamente diffuso in una vasta area che comprende la Valle d'Aosta, alcune valli piemontesi, la Svizzera romanda e zone della Savoia. Che una sua variante sopravviva in due borghi della provincia di Foggia è un fatto che la linguistica romanza ha studiato con attenzione, riconoscendone il valore come testimonianza di una stratificazione storica altrimenti invisibile.
La variante parlata a Celle San Vito e Faeto è classificata come franco-provenzale pugliese e costituisce, insieme alle parlate delle comunità arbëreshë e grecaniche del Sud Italia, uno dei casi più documentati di minoranza linguistica storica nella penisola. La legge italiana n. 482 del 1999, che tutela le minoranze linguistiche storiche, riconosce esplicitamente questa comunità. La trasmissione orale della lingua ha resistito per secoli grazie proprio all'isolamento geografico dei Monti Dauni, che ha rallentato i processi di assimilazione linguistica che altrove hanno cancellato varietà analoghe nel giro di poche generazioni.
Il borgo in sé ha la compattezza silenziosa dei centri interni dell'Appennino meridionale: case in pietra, la chiesa madre al centro dell'abitato, strade che seguono il profilo del terreno. La cucina locale riflette la stessa logica di confine che caratterizza la lingua: distante dalla tradizione costiera pugliese, più vicina alle cucine montane dell'entroterra, con prodotti che vengono dai boschi e dagli allevamenti locali piuttosto che dal mare. Questa distanza dalla Puglia costiera — geografica, linguistica, gastronomica — è la cifra identitaria del luogo.
Celle San Vito rimane poco frequentato e poco conosciuto al di fuori degli studiosi di linguistica romanza e di chi percorre con attenzione i Monti Dauni. La sua esistenza pone una domanda concreta sul rapporto tra spopolamento e memoria: quando una comunità si riduce a poche decine di parlanti, la lingua che custodisce entra in una fase di vulnerabilità che nessuna legge di tutela riesce da sola a invertire. Quello che resta, per ora, è un paese vivo che parla ancora, almeno in parte, una lingua che il Medioevo ha depositato qui e che i secoli non hanno del tutto dissolto.
Mondo del Gusto S.R.L. - Redazione 35 · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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