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Piccoli atelier veneziani dove artigiani tramandano l'arte della maschera in cartapesta, un mestiere legato alla tradizione del Carnevale e alla cultura teatrale della Serenissima. Visitarli significa assistere dal vivo a una lavorazione secolare ancora praticata nelle calli.
Nel tessuto urbano di Venezia, dove la pressione del turismo di massa ha progressivamente eroso le attività produttive locali, alcune botteghe resistono come laboratori vivi di un mestiere codificato. Sono le botteghe dei *mascareri* — termine che la Serenissima riconobbe ufficialmente nel XV secolo come categoria artigianale autonoma — e il loro lavoro consiste ancora oggi nel modellare maschere in cartapesta secondo procedure che non hanno subito alterazioni sostanziali nel corso dei secoli.
La tecnica parte dalla preparazione di strati di carta inumidita, sovrapposti con precisione su forme in gesso che riproducono i volti canonici della tradizione veneziana e della Commedia dell'Arte: la Bauta, la Moretta, il Pantalone, lo Zanni, l'Arlecchino. Una volta asciugato, il guscio viene estratto dallo stampo, rifilato, levigato con cura e infine affidato alla decorazione pittorica, che può restare sobria o arricchirsi di foglia d'oro, pigmenti ispirati ai cicli pittorici del Settecento veneziano — Tiepolo tra i riferimenti più citati dai mastri del settore — o di elementi plastici applicati a mano. Ogni passaggio richiede attesa: la cartapesta non si affretta.
Una delle botteghe che meglio incarna questa continuità è la Bottega dei Mascareri dei fratelli Sergio e Massimo Boldrin, aperta ai piedi del Ponte di Rialto dal 1984. Le loro maschere sono entrate in collezioni italiane e straniere, sono state utilizzate per produzioni cinematografiche e per il California Shakespeare Festival, e le decorazioni tratte dal Tiepolo applicate alla cartapesta rappresentano un'innovazione che i Boldrin rivendicano come propria. Il laboratorio è rimasto nel medesimo luogo per oltre quarant'anni, un dato che nella Venezia contemporanea ha il peso di un'anomalia.
Le origini di questo mestiere affondano più lontano di quanto la sola tradizione carnevalesca lasci supporre. Le prime testimonianze di maschere nelle calli veneziane risalgono al XIII secolo, quando — secondo le cronache dell'epoca — le donne di Costantinopoli introdussero l'uso di coprire il volto in pubblico, costume che colpì il doge Enrico Dandolo al punto da farne menzione esplicita. Nel corso dei secoli, la maschera veneziana assunse funzioni diverse: strumento di anonimato sociale, accessorio teatrale, oggetto di rappresentanza e infine, con la rinascita del Carnevale nel 1979 dopo decenni di interruzione, manufatto artigianale destinato al collezionismo e al mercato culturale.
Ciò che distingue queste botteghe dalla produzione industriale — che pure esiste, alimentata da importazioni di oggetti seriali — è la tracciabilità del gesto. In un laboratorio di cartapesta veneziana, ogni maschera porta i segni delle mani che l'hanno costruita: irregolarità minime nella superficie, scelte cromatiche non standardizzate, proporzioni che variano leggermente da un pezzo all'altro. È questa variabilità controllata, non la perfezione seriale, a definire il valore del manufatto. Alcune botteghe affiancano alla produzione di maschere anche la sartoria di abiti settecenteschi, ricostruendo un immaginario completo che rimanda direttamente alla cultura visiva della Repubblica di Venezia.
Didier Descouens · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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