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Il Friuli-Venezia Giulia custodisce un ricco patrimonio di creature fantastiche e figure mitologiche legate alla tradizione orale delle comunità di confine, espressione della stratificazione culturale slava, germanica, latina e celtica del territorio.
Nel Friuli-Venezia Giulia la geografia non è mai stata soltanto fisica. Tra le valli carniche, le pianure moreniche e i bordi dell'Adriatico si è depositata, nel corso di secoli, una stratificazione di culture che raramente ha trovato sintesi pacifica: latina, slava, germanica, celtica nelle tracce più remote. Da questa compressione di mondi è nato un bestiario popolare che non appartiene a nessuna delle tradizioni che lo compongono, o forse le appartiene tutte insieme, con figure che cambiano nome e forma attraversando una valle o superando un crinale linguistico.
Le anguane sono tra le presenze più documentate di questo repertorio. Spiriti femminili legati alle acque — sorgenti, torrenti, laghi alpini — compaiono in varianti simili lungo tutto l'arco alpino orientale, ma nel folklore friulano assumono connotazioni proprie, oscillando tra la benevolenza e la minaccia, tra la custode delle acque e la creatura capace di ingannare chi si avvicina ai corsi d'acqua nelle ore sbagliate. La loro natura ambivalente riflette il rapporto che le comunità montane intrattenevano con l'elemento idrico: fonte di vita e di pericolo nella stessa misura.
Dalla tradizione slava delle valli del Natisone e della Slavia Friulana provengono invece figure come i krivopete, esseri dai piedi contorti o rivolti all'indietro, che popolano i boschi e disorientano i viandanti. La loro presenza nel repertorio locale testimonia quanto profondamente le comunità slovene del confine abbiano intrecciato la propria cosmologia con quella dei vicini, senza che i confini amministrativi — ridisegnati più volte nel Novecento — abbiano mai corrisposto ai confini del mito. Giosuè Chiaradia, nei suoi studi raccolti in *Mitologia Popolare del Friuli Occidentale*, aveva già osservato come la chiusura relativa di queste comunità avesse favorito la conservazione orale di un patrimonio che altrove si era disperso.
Il fogolâr, il focolare domestico attorno al quale si tramandavano queste storie nelle sere d'inverno, era anche il luogo in cui la trasmissione orale svolgeva la sua funzione più precisa: non intrattenimento, ma orientamento. Le creature del bestiario friulano codificavano divieti, segnalando i margini del bosco dove non addentrarsi, le ore in cui i corsi d'acqua diventavano pericolosi, i comportamenti che potevano attirare forze ostili. In questo senso il mito funzionava come una mappa parallela alla geografia reale, sovrapposta al territorio con la stessa precisione pratica.
Ciò che rende questo patrimonio particolarmente denso è la sua natura di palinsesto: ogni figura porta con sé strati di elaborazione che attraversano epoche e culture diverse, e che la ricerca etnografica ha solo parzialmente ricostruito. Il Friuli-Venezia Giulia conta circa 124 castelli e fortezze, tracce visibili di una storia di controllo e conflitto sul territorio. Il bestiario popolare è l'altra faccia di quella storia: non monumentale, non scritta, ma altrettanto radicata nel paesaggio che la ospita.
Naturpuur · CC BY 4.0 — Wikimedia Commons
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