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Rovina medievale immersa nel bosco del Montello, l'abbazia benedettina di Sant'Eustachio è legata alla storia del galateo e alla figura di Giovanni della Casa, che qui soggiornò nel Cinquecento. Il sito conserva un fascino malinconico tra architettura e natura.
Sulle prime pendici del Montello, la collina trevigiana che separa la pianura veneta dal corso del Piave, le rovine dell'Abbazia di Sant'Eustachio emergono tra la vegetazione con la discrezione propria di ciò che il tempo ha restituito alla terra. Le origini del complesso risalgono alla metà dell'XI secolo, quando Rambaldo III, conte di Treviso e poi anche di Collalto e San Salvatore, insieme alla madre Gisla, fondò un cenobio di monaci benedettini cassinesi. La fondazione fu dotata di cospicui benefici e posta sotto la diretta autorità della sede apostolica romana, a segnalare fin dall'inizio un rango che andava oltre la dimensione locale. Il monastero sorse accanto a una struttura fortificata preesistente appartenente ai conti trevigiani, in un punto che controllava i percorsi tra la pianura e le alture boscose del Montello.
Per secoli il complesso fu uno dei monasteri benedettini più rilevanti della Marca Trevigiana, intrecciando la propria storia con quella delle famiglie signorili e delle istituzioni ecclesiastiche del territorio. È nel Cinquecento, tuttavia, che l'abbazia acquisisce una risonanza che travalica i confini regionali: Giovanni della Casa, il letterato e prelato fiorentino che nel 1558 avrebbe pubblicato il Galateo overo de' costumi, soggiornò in questi luoghi. L'opera, che codificò con precisione e ironia le norme del comportamento civile nella società rinascimentale italiana, porta nel titolo stesso il nome di un vescovo di Verona, Galeazzo Florimonte, ma fu concepita e in parte elaborata in questo contesto. Il legame tra il testo e il luogo non è decorativo: appartiene alla biografia intellettuale di uno scrittore che trovò nel ritiro monastico del Montello una condizione favorevole alla riflessione.
Le vicende belliche del Novecento hanno segnato il sito in modo irreversibile. Il Montello fu teatro di combattimenti durante la Prima guerra mondiale, e Nervesa della Battaglia porta nel nome stesso la memoria di quegli eventi. Il complesso abbaziale, già in stato di progressivo abbandono, subì danni che ne accelerarono la dissoluzione. Ciò che rimane oggi sono muri perimetrali parzialmente in piedi, arcate aperte sul cielo, superfici dove la pietra e il bosco si contendono lo spazio senza che nessuno dei due abbia vinto del tutto.
Il paesaggio circostante contribuisce a definire il carattere del luogo. Il Montello è una collina di modesta altitudine — poco più di trecento metri nel punto più elevato — ma densa di storia stratificata, attraversata da sentieri che collegano tra loro siti di epoche diverse. Il bosco che avvolge le rovine dell'abbazia è in larga parte a gestione pubblica, e i percorsi che vi si snodano rendono il sito raggiungibile a piedi da Nervesa della Battaglia. La rovina non è stata musealizzata né ricostruita: resta aperta, esposta alle stagioni, in uno stato che dice qualcosa sulla difficoltà di conservare ciò che non ha più una funzione attiva, ma che continua a esercitare una presenza.
Roberta Amigo · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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