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Varietà di pesca locale recuperata dalla comunità di Massalombarda, protagonista storica della frutticoltura ravennate e oggi presidio di biodiversità agricola.
Massalombarda è un comune della pianura ravennate che deve buona parte della propria identità storica alla frutticoltura. Le sue campagne, percorse da una rete di canali di bonifica e segnate da filari ordinati, hanno prodotto per secoli varietà locali di pesche, pere e albicocche che alimentavano i mercati della Romagna e, in misura crescente, quelli del Nord Italia. Tra queste cultivar, la pesca "dal buco incavato" occupava un posto riconoscibile: il nome descrive con precisione la caratteristica morfologica del frutto, una cavità pronunciata attorno al nocciolo che la distingue dalle varietà a polpa compatta selezionate dall'industria vivaistica del Novecento.
Il declino di questa pesca segue una traiettoria comune a molte cultivar tradizionali della Pianura Padana. Con l'intensificarsi dei circuiti commerciali nella seconda metà del secolo scorso, i criteri di selezione si spostarono progressivamente verso la resistenza al trasporto, la resa per ettaro e la standardizzazione estetica. La pesca dal buco incavato, delicata e a maturazione rapida, non rispondeva a quei parametri e fu progressivamente abbandonata dai produttori locali. Alla fine del Novecento sopravviveva in pochi esemplari sparsi, custoditi più per abitudine familiare che per una scelta consapevole di conservazione.
Nel 2012 è stato avviato un progetto strutturato di recupero, promosso con il coinvolgimento della comunità di Massalombarda e inserito nel quadro dei Presìdi Slow Food. Il lavoro ha richiesto la raccolta e la propagazione del materiale vegetale ancora disponibile sul territorio, portando alla valorizzazione di due varianti della cultivar: una classica e una tardiva, con maturazioni scalate che allungano la finestra di disponibilità del frutto. Il riconoscimento come Presidio ha dato alla pesca dal buco incavato una cornice istituzionale e una rete di produttori impegnati a mantenerla in coltura secondo pratiche compatibili con le sue caratteristiche agronomiche.
Dal punto di vista organolettico, la varietà si distingue per una polpa succosa e aromatica, con un equilibrio tra dolcezza e acidità che le varietà industriali tendono a sacrificare a favore della conservabilità. È un frutto pensato per il consumo ravvicinato, legato al territorio in modo quasi strutturale: la sua fragilità è inseparabile dalle qualità che la rendono interessante. Questa pesca ricompare oggi in alcuni mercati locali durante la stagione estiva e in preparazioni tradizionali della cucina romagnola, dove la frutta entra tanto nelle conserve quanto in abbinamenti con salumi e formaggi stagionati.
La vicenda di questa cultivar riflette con precisione le tensioni che attraversano l'agricoltura emiliano-romagnola contemporanea: da un lato la pressione di un sistema produttivo orientato alla scala e alla standardizzazione, dall'altro la capacità delle comunità locali di recuperare conoscenze e materiali genetici che il mercato aveva reso economicamente irrilevanti. La pesca dal buco incavato non è soltanto un frutto ritrovato; è la documentazione vivente di come un territorio abbia scelto, in un momento preciso, di rileggere la propria storia agricola come risorsa anziché come residuo.
GiacomoR94 · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons
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