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Figure rituali del carnevale barbaricino, i Mamuthones e gli Issohadores sfilano a Mamoiada con costumi e campanacci in una delle tradizioni mascheratorie più antiche e misteriose della Sardegna. La loro storia è custodita anche nel museo locale dedicato alle maschere.
Nel cuore della Barbagia, a Mamoiada — paese di poco più di duemila abitanti nella provincia di Nuoro — si svolge ogni anno, il 17 gennaio, una delle processioni rituali più studiate e meno decifrate dell'intera penisola italiana. In quella data, festa di Sant'Antonio Abate, le vie del paese si riempiono di due figure che procedono insieme ma secondo logiche opposte: i Mamuthones e gli Issohadores.
I Mamuthones avanzano in fila, curvi sotto il peso di una catasta di campanacci legati alla schiena — il suono che producono, sordo e ritmico, si propaga a ogni passo con una cadenza quasi meccanica. Il volto è coperto da una maschera di legno scuro, intagliata con tratti fissi e privi di espressione; il corpo è avvolto in pelli di pecora nera. Gli Issohadores li affiancano con un'andatura diversa, più sciolta: indossano corpetto rosso, camicia e pantaloni bianchi, berritta sarda, e portano a tracolla una bandoliera di campanellini in bronzo. In mano tengono una fune — la soha — con cui lanciano un laccio verso il pubblico, simulando una cattura. Le due figure formano un sistema: una che avanza gravata, l'altra che circola e controlla.
L'origine di questo corteo rimane oggetto di dibattito tra gli studiosi. Marcello Madau, archeologo dell'Accademia di Belle Arti di Sassari, ha osservato che mancano fonti scritte in grado di attestare la presenza dei Mamuthones in epoche remote, pur riconoscendo che la trasmissione culturale in Sardegna è storicamente orale. Alcuni ricercatori collocano la comparsa di queste maschere nel folklore documentato del XIX secolo; altri le inseriscono in una continuità di riti agropastorali di origine preistorica, legati al ciclo stagionale e alla propiziatoria rinascita della natura. Nessuna delle due posizioni ha trovato conferma definitiva.
Il Museo delle Maschere Mediterranee, situato nel centro di Mamoiada, conserva i costumi originali e offre un contesto comparativo più ampio: le maschere del paese vengono messe in relazione con figure analoghe presenti in altre culture del bacino mediterraneo, dalla Grecia alla penisola iberica, suggerendo una rete di pratiche rituali che attraversa epoche e geografie senza che i fili possano essere riannodati con certezza. La struttura museale è diventata un punto di riferimento per gli studi sul carnevale tradizionale europeo.
Ciò che resta, al di là delle ipotesi, è la processione stessa: il peso fisico dei campanacci — che nei costumi completi può superare i trenta chilogrammi — la lentezza imposta da quel carico, il suono che precede e segue ogni figura. Mamoiada non è una meta di passaggio: chi arriva il 17 gennaio, o durante il carnevale, si trova dentro un rituale che la comunità locale custodisce con una continuità che non ha bisogno di spiegazioni esterne per esistere.
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