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Un patrimonio di figure artigiane e mestieri storici legati alla vita quotidiana della Genova d'un tempo, dalla preparazione della frutta candita ai tonnarotti, pescatori di tonni emigrati poi in Sardegna. Questi mestieri scomparsi o in via di estinzione raccontano l'identità produttiva e culturale della città.
Nel 1845, Genova contava quindici calderai, ottantasette tra orefici e argentieri, soltanto due battiloro. Questi numeri, estratti da un dettagliato censimento delle "industrie fabbrili" della città, restituiscono la fotografia di un sistema produttivo urbano che non aveva ancora ceduto alla meccanizzazione e che distribuiva il lavoro in una rete fitta di botteghe, caruggi e laboratori. Oriuolai, piombaiuoli, ottonai, ceraiuoli, indoratori: ciascuna figura occupava uno spazio preciso nell'economia quotidiana della città, e spesso quel mestiere lasciava traccia nel nome stesso della strada dove si esercitava — come accade ancora oggi con Vico Indoratori, nel centro storico.
Tra le figure documentate negli studi condotti da Claudio Pittaluga e Gino Andrea Carosini sugli antichi mestieri genovesi, emergono professioni che intrecciano la storia locale con spostamenti geografici di lungo raggio. I tonnarotti, pescatori specializzati nella caccia al tonno, intorno al 1730 lasciarono Genova con le loro famiglie per stabilirsi in Sardegna, portando con sé tecniche, lessico e pratiche di pesca che avrebbero poi influenzato le comunità costiere dell'isola. È una migrazione di competenze che racconta quanto certi saperi si muovano insieme agli uomini, radicandosi altrove senza perdere del tutto la loro origine.
Altrettanto significativa è la figura del confettiere specializzato nella frutta candita, mestiere che affonda le radici nella tradizione culinaria ligure e che richiedeva una conoscenza precisa dei tempi di cottura, delle proporzioni tra zucchero e frutta, delle varietà stagionali da trattare. La frutta candita genovese aveva una propria identità rispetto alle produzioni di altre regioni, e il confettiere non era semplicemente un artigiano dolciario ma il custode di un processo che trasformava materie prime deperibili in prodotti conservabili, destinati tanto al commercio locale quanto all'esportazione via mare.
Ciò che rende questo patrimonio particolarmente denso è la sua dimensione linguistica. Il genovese — dialetto di matrice ligure con stratificazioni iberiche, francesi e arabe dovute ai secoli di traffici marittimi — aveva sviluppato un vocabolario tecnico specifico per ogni mestiere. Termini che non trovano corrispondenza diretta in italiano standard, e che oggi sopravvivono in parte nei dizionari dialettali e nei documenti d'archivio, rappresentano una testimonianza indiretta di come si lavorava, di quali strumenti si usavano, di come ci si rivolgeva al cliente o al garzone. Quando un mestiere scompare, scompare anche la lingua che lo descriveva.
La documentazione raccolta dal Comune di Genova e dalla Regione Liguria su questi mestieri non ha carattere puramente antiquario. Serve a restituire leggibilità a una città che tende a essere raccontata attraverso i suoi palazzi nobiliari, i suoi ammiragli e i suoi navigatori, trascurando la trama più minuta di chi forgiava i paioli, candiva le arance, calafatava le imbarcazioni o riparava gli orologi. È in quella trama che si trova la continuità materiale di Genova: non nei gesti eroici, ma nel lavoro ripetuto ogni giorno nei vicoli del centro storico.
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