
Il Parco Nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri-Lagonegrese documenta e valorizza un repertorio di antichi mestieri locali — dal tessitore al ramaio, dal mugnaio al sellaio — che raccontano la civiltà rurale lucana.
Nel territorio del Parco Nazionale dell'Appennino Lucano Val d'Agri-Lagonegrese, tra i versanti del Monte Volturino e le faggete che scendono verso l'alta valle dell'Agri, sopravvive la memoria di un sistema di lavoro che ha strutturato la vita dei borghi lucani per secoli. Marsico Nuovo, comune in provincia di Potenza con una storia documentata fin dall'epoca preromana — l'abitato di Abellinum Marsicum è menzionato da Plinio e databile tra il V e il IV secolo a.C. — è uno dei centri attorno ai quali questo patrimonio immateriale si è sedimentato con maggiore continuità.
Il Parco ha censito e documentato un catalogo ampio di figure artigianali e mestieri rurali: intagliatori di tufo, scalpellini, tessitrice e filatrici, stagnini, ramai, calderai, sellai, mugnai, mulattieri, ombrellai. Ciascuna di queste figure occupava un posto preciso nell'economia della comunità, rispondeva a bisogni concreti e trasmetteva saperi tecnici per via orale e manuale, da bottega a bottega, da padre a figlio. L'ombrellaio, per esempio, era un mestiere itinerante: percorreva i paesi riparando e costruendo ombrelli con strutture in metallo e tessuto, portando con sé strumenti minimi e una competenza che oggi appare remota quanto specialistica.
Ciò che accomuna queste figure è il rapporto diretto con la materia — il legno, il ferro, la lana, la pietra — e con il tempo necessario a lavorarla. La civiltà contadina e pastorale che ha plasmato l'Appennino lucano non conosceva la separazione tra produzione e territorio: il mugnaio era legato al corso d'acqua, il sellaio alla transumanza, il tessitore alla lana delle greggi che percorrevano i tratturi. Ogni mestiere era, in questo senso, una forma di lettura del paesaggio prima ancora che una pratica economica.
La valorizzazione operata dal Parco restituisce questi saperi non come folklore da museo ma come chiave interpretativa del territorio. Chi percorre i sentieri dell'area protetta o attraversa i borghi del comprensorio — Marsico Nuovo con le sue tredici chiese e i palazzi nobiliari dai portali in pietra, i vicoli che salgono verso la rupe — si muove in un paesaggio costruito anche da queste mani. Le architetture, le pavimentazioni, i manufatti domestici conservati nelle abitazioni private portano ancora i segni di chi sapeva lavorare la pietra locale o battere il rame su una forma.
Documentare questi mestieri significa riconoscere che il paesaggio dell'Appennino lucano non è soltanto naturale: è il risultato di una presenza umana lunga e tecnica, che ha lasciato tracce materiali e immateriali difficilmente separabili l'una dall'altra.
MSassano · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons
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