La piadina romagnola è ufficialmente IGP, nuovo primato per l’eccellenza dell’agroalimentare “made in Italy”

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La piadina, uno degli emblemi indiscussi del gusto tipico dell’italianità, è stata insignita – dalla Direzione Generale Agricoltura della Commissione Europea – del Marchio IGP d’indicazione geografica protetta.

La decisione, ufficializzata con la pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale europea, ha richiesto un lungo e complesso iter avviato oltre 10 anni fa e costituisce una garanzia a tutela sia dei produttori che dei consumatori, nonché un’ulteriore arma a difesa del comparto agroalimentare italiano, ricordando che purtroppo lo sfizioso alimento registra oltre confine innumerevoli (e goffi) tentativi d’imitazione e contraffazione.

Con la conquista di quest’ennesimo riconoscimento, schizzano a quota 41 i prodotti Dop e Igp dell’Emilia-Romagna, che ribadisce di conseguenza la propria leadership come territorio europeo ospitante il più alto numero di produzioni agroalimentari a qualità certificata.

“Si tratta di un traguardo importante il cui valore aggiunto è rappresentato proprio dalla forte identità territoriale. Ciò è stato ancora una volta reso possibile grazie al gioco di squadra tra le istituzioni e il mondo produttivo”, così recita – con un pizzico d’orgoglio – una nota della Regione.

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Un vero patrimonio, la cui reputazione si intreccia strettamente con la storia e le tradizioni locali.
La curiosità etimologica fa risalire a Giovanni Pascoli il conio del vocabolo “piada”: il padre della “poetica del fanciullino” l’aveva definita alimento antico “quasi quanto l’uomo” e “pane nazionale dei Romagnoli”.

Ma per tracciare agli albori le sue origini bisogna compiere un viaggio a ritroso nel tempo lungo due millenni, trovando i primi esperimenti culinari compiuti dagli antichi romani, a cui sono succedute varianti medievali che si andavano avvicinando progressivamente ai canoni della ricetta moderna, come testimoniato dalle parole della Descriptio provinciae Romandiolae, documento redatto nel 1371 dal Legato pontificio cardinal Anglico de Grimoard: “Si fa con farina di grano intrisa d’acqua e condita con sale. Si può impastare anche con il latte e condire con un po’ di strutto”.

Il disciplinare di produzione che è stato avvallato dall’Unione europea prevede un’etichettatura specifica volta a distinguere le diverse tipologie in essere (ad esempio la versione riminese è solitamente più sottile e presenta diametro maggiore); viene poi regolamentata la piadina romagnola messa in vendita dai chioschi, ottenuta con processi per la maggior parte manuali.

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Per quanto invece concerne gli ingredienti, oltre alle indispensabili materie prime quali acqua, farina, sale, grassi e lievito, sono contemplate anche le opzioni di ulteriori agenti lievitanti (carbonato acido di sodio, difosfato disodico, amido di mais o frumento, fino a 20 grammi), con la proibizione tassativa di aggiungere conservanti, aromi e/o altri additivi.

Avvenuto l’impasto e la ripartizione in pani o palline, segue la fase della laminatura attraverso matterello manuale oppure laminatrice meccanica, e infine c’è la cottura, per un massimo di 4 minuti, ottenuta adagiando la piadina su un piano riscaldato con temperatura variabile in un range da 200 a 250 gradi.
D’ora in avanti, pertanto, soltanto i produttori che agiranno nel pieno rispetto del disciplinare approvato potranno commercializzare la Piadina Romagnola IGP. A nessun altro sarà consentito.

 

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